La notizia in sé non merita forse alcuna attenzione, se non per la povertà d’idee che la ispira. La bonaria indignazione con cui Victor L. Simpson illustra sul Washington Post (link all’articolo) il menu del banchetto indetto dalla Fao per alleviare i timori di crisi alimentare globale rientra negli standard del giornalismo “d’appendice”. Non meriterebbe in sé alcuna attenzione, se non fosse per il fatto che, tra un piatto di spaghetti gamberi e zucchine e una caprese (nulla di luculliano o stravagante, si dirà), Mr. Simpson fa notare che a pianificare l’evento gastronomico è stato un think-tank posto sotto la guida diretta del premier italiano.

Sappiamo tutti quanto piaccia a Silvio Berlusconi deliziare i suoi ospiti con trovate degne d’un Trimalchione (i limoni di Genova sono ancora un ricordo assai vivo); tanta accuratezza nel pianificare la cornice degli appuntamenti diplomatici è sicuramente un tratto caratteriale del Berlusconi imprenditore, quello – per dire – che quando doveva risolvere il dilemma della “Cinq” invitava giornalisti e autority francesi a cene di gala con spreco di champagne. E’ una strategia che pertiene al gran mondo dell’economia: quanto più ingente lo sfarzo tanto più efficace il “potlach” mediante il quale l’imprenditore impugna il controllo della trattativa. E’ un vizio che gli è rimasto, e sicuramente non il peggiore.

A destare un po’ di rammarico è il fatto che, mentre l’Onu e Amnesty International accusavano l’Italia di promuovere una politica xenofoba per soddisfare i più bassi istinti dell’elettorato, il premier sedeva – penna in mano – alla sua scrivania con espressione estatica. Sul piano di mogano un foglio con poche, concise parole: “spaghetti gamberi e zucchine”, “caprese (non troppo origano che’ non a tutti piace)”… Poi, con espressione corrucciata, si rivolgeva all’uomo in livrea accanto a lui: “cosa dici… facciamo gelato pistacchio-vaniglia-fragola o pistacchio-fiordilatte-fragola?”.



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