Dirk Schurmer è uno dei due corrispondenti dall’Italia della tedesca Frankfurter Allgemeine Zeitung, un quotidiano centrista con spiccate simpatie per il centrodestra italiano. Lo dico perché sennò mi si accusa di attingere solo alla Prabda.

Qui di seguito trovate la sintesi d’un suo articolo uscito sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung in data odierna, 13 giugno 2008.

Di strade e piazze dedicate alla memoria di Giorgio Almirante la Penisola e già piena, specie al Meridione; a che scopo dunque accapigliarsi per la dedica d’una strada della capitale al leader del partito che ha raccolto l’eredita di Mussolini? Almirante – tra i firmatari delle Leggi Razziali – è semplicemente una pedina nel gioco della memoria storica; il gioco che la destra italiana ha ideato allo scopo di rendere reatroattiva la sua svolta democratica, livellando le differenze tra sé e la controparte uscita vittoriosa dalla guerra. Di fatto, fino a prova contraria, Almirante ha occupato per quarant’anni un seggio in un parlamento democratico, guadagnandosi persino la stima postuma della dirigenza del Partito Comunista Italiano. Questa pratica di esorcismo degli spiriti maligni della Storia attraverso l’accoglienza nella “Grande Famiglia” della nazione pertiene probabilmente all’indole più marcatamente cattolica del poplo italiano. La tendenza di questi anni – scrive Dirk Schurmer – è quella a far marciare fianco a fianco partigiani e repubblichini, avversari in una lotta che, invece di spaccare il paese, lo avrebbe unito nello spirito della “grande amnistia” del’48. In Germania nessuno si sognerebbe mai di proporre la costruzione d’un mausoleo nella città di Braunau per celebrare la memoria di Adolf Hitler; la proprietà di famiglia del Duce a Predappio rappresenta invece una comune meta di pellegrinaggio per quel dieci per cento della popolazione che nel Dopoguerra appoggiava la linea di Almirante. I suoi adepti esigono adesso che il seguace di Mussolini, il sostenitore della “Difesa della razza”, venga eretto al ruolo di uomo politico esemplare, nella speranza – neppure troppo segreta – di entrare un giorno nello stesso Olimpo.



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