L’amico americano
Mi scuseranno i nostri 25 (25?!) lettori, ma il tempo tiranno mi costringe di nuovo a riportare notizie vecchie e stravecchie.
Ci si potrebbe aspettare qualcosa sul nuovo-vecchio lodo, ma noi agenti del Kgb amiamo l’effetto sorpresa, percui di altro si parla.
La nostra storia odierna è una storia di amicizia, di quelle che potrebbero figurare nei sussidiari delle scuole elementari; se l’avesse scritta Esopo il titolo potrebbe essere “il leone e l’asino”, ovvero “il rinoceronte e il beccaccino” o magari “il cane e la zecca”. E’ la storia di due amici, di cui uno è molto più amico dell’altro, fattore che causa non pochi problemi all’amico più grande e forte, costretto – suo malgrado – ad accettare le imbarazzanti moine del suo garrulo e oltremodo affezionato compagno. Ora che ci penso, ricordo un Looney Tune in cui un cagnetto saltellava insistentemente intorno ad un grosso cagnone uggiolando “è il mio migliore amico, è il mio migliore amico!”.
Va bene… direte voi, tanta acrimonia nel dipingere i rapporti tra George W. Bush e Silvio Berlusconi (a voi la decisione su chi sia il cagnone e chi il cagnetto) non può che venire dai sediziosi circoli di Micromega. Errore.
Chi legge il Washington Post sa che questo non è esattamento un quotidiano dalle tendenze ultraliberali. Fatta questa lunga premessa, l’articolo in questione (a firma di Dan Eggen) illustra i rapporti tra i due amiconi in termini che potrebbero difficilmente essere più ironici.
“Appearing with Bush at a news conference held in a breathtaking Renaissance villa overlooking the Eternal City, the garrulous Berlusconi called Bush a “personal friend,” a “very close friend” and a “very unique person,” and praised his “vision” and “courage.” “
“Facendo la sua apparizione con Bush ad una conferenza stampa in una meravigliosa villa rinascimentale che si affaccia sulla Città Eterna, il garrulo Berlusconi ha definito Bush “un amico personale”, “un amico molto intimo” e “una persona unica”, oltre a lodare la sua “vision” e il suo “coraggio” “.
Il Loro si è spinto fino a proporre all’amico una cattedra in un’immaginaria “Università del Pensiero Liberale”; Bush, il quale non vede l’ora di tornarsene nella pace del suo ranch, ha ringraziato e prontamente declinato.
Persino l’offerta di entrare a pieno titolo nel “Gruppo dei sei” che gestisce i contatti con Teheran ha generato una risposta venata di rassegnato possibilismo: “vedremo”, ha detto Bush, “Le faremo sapere”.
Di certo non è giunta sgradita l’offerta di rimuovere i “caveat” che gravano attualmente sulla missione italiana in Afghanistan, senza dubbio il più bel regalo che lo “swashbuckling media baron and financier” (audace principe dei media e finanziere) - come lo chiama il quotidiano Usa - poteva impacchettare per l’amico. Da tempo la Nato sollecita gli alleati a profondere un maggiore impegno sul travagliato fronte dell’Hindukush, una questione che – per citare un caso tra gli altri – ha provocato drammatiche lacerazioni nella maggioranza di governo tedesca. Non così in Italia. Da noi esistono valori più radicati della democrazia. Perché aprire un dibattito parlamentare sull’opportunità di inviare un più ampio contingente di militari in territorio di guerra se la cosa può essere risolta nel nome dell’amicizia?
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Tags: Afghanistan, Berlusconi, Bush, Usa, Washington Post
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